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La mia notte con Maud

gennaio 18th, 2010 by Gwenn in Drammatico, Eric Rohmer, Genere, Regista

La mia notte con Maud.jpegdi Eric Rohmer

anno di produzione: 1969

“Se c’è una cosa che non capisco è l’infedeltà: non fosse altro che per amor proprio, non potrei dire bianco dopo aver detto nero.”

Scritto e diretto da Eric Rohmer, è il terzo capitolo (nell’ordine della serie, ma quarto in ordine cronologico) del ciclo dei Sei racconti morali (Six contes moraux), una serie di opere del regista francese composta da un cortometraggio, un mediometraggio e quattro lungometraggi.

Segue La collezionista e precede Il ginocchio di Claire.

Il film è stato presentato in concorso al 22° Festival di Cannes e nominato all’Oscar come miglior film straniero ed è da molti citato come l’opera più felice del regista.

Il film è ambientato a Clermont-Ferrand dove un ingegnere della Michelin nota in chiesa una ragazza che non osa abbordare. La sera di Natale è invitato da un amico marxista a casa di Maud, libera pensatrice e divorziata.

Costretto a passare la notte da lei, non si permette che un bacio. Il giorno dopo si decide ad incontrare la ragazza intravista nella chiesa. Cinque anni dopo incontra casualmente Maud, ma ora è sposato con Francoise, la ragazza della chiesa, ed è contento.

Terzo dei “racconti morali” di E. Rohmer, fa perno su un dilemma morale, fondato sulla fedeltà alla scelta più che alla persona. Il protagonista-narratore respinge la seconda donna (Maud) in virtù della sua scelta iniziale (Francoise): ha scelto quel che non ha o addirittura, come qui, quel che non conosce.

Optando per Francoise, donna sognata, contro Maud, donna conosciuta, sceglie l’idealità dell’archetipo contro la pericolosità del reale. Il film colpisce per la geometrica precisione dell’intreccio, la giustezza di dialoghi, la fluidità della scrittura (fotografia in bianco e nero di Nestor Almendros), e la verità dei personaggi.

Nella numerazione dei racconti morali La mia notte con Maud risulta anteriore a La collezionista anche se è stato girato dopo, nel 1969. Il ritardo di quasi due anni è soprattutto dovuto agli impegni di Jean-Louis Trintignant, ritenuto da Rohmer indispensabile per sostenere il ruolo del narratore.

Quel che è in gioco in questa opera è la fatidica esitazione morale, la “fedeltà – come dice lo stesso Rohmer – a una donna ma anche a un’idea, a un dogma. Tutti i personaggi sono presentati come dogmatici esitanti”.

Esitazione tra fedeltà e tradimento: poco importa a quale norma o a quale morale ci si riferisca, quel che conta è proprio il riferimento morale, l’esitazione indotta, come in ogni conte moral.

La mia notte con Maud, dove tutti i personaggi esitano, è un prezioso intreccio di incertezze, un labirinto di simmetrie e di echi del non-detto che percorre segretamente la logorrea della colonna sonora.

“Partendo dall’idea di mostrare un uomo tentato da una donna proprio nel momento in cui sta per legarsi ad un’altra, ho potuto costruire situazioni, intrighi, scioglimenti e persino caratteri”, così Eric Rhomer in un articolo della rivista “La Nouvelle Revue Française” del 1970 illustra i suoi racconti morali.

Da notare anche il fatto che se tutti i Racconti morali condividono la tematica del protagonista posto di fronte ad una scelta di tipo morale, La mia notte con Maud è il primo film di Rohmer che si avvale organicamente di collaudati attori professionisti.

Vi ritroviamo caratteristiche del cinema di Rohmer come ad esempio una messa in scena essenziale, dei dialoghi studiati con molti riferimenti letterari (in questo caso, si tratta della scommessa di Pascal).

Come negli altri film, le riflessione colte, astratte, nelle quali si rifugiano a conversare alcuni dei suoi personaggi più intellettuali, sono sempre equilibrate dalla precisione e concretezza contestuale con cui si descrive il loro particolare ambiente: i personaggi sono ripresi nella banalità dei propri ambienti di lavoro (poste, viticultura, salone da parrucchiera, biblioteca), nella casualità dei mezzi pubblici, nella tranquillità di una passeggiata (per strada, al parco, in spiaggia, al bar), nell’intimità di una serata a teatro o di un raccoglimento in chiesa. Ecco quella poesia della banalità così cara al cineasta.

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