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Le ceneri di Angela

ottobre 28th, 2009 by Blanche in Alan Parker, Regista

leceneridiangeladi Alan Parker

anno di produzione: 1999

Il film è tratto dall’autobiografia (1996) di Frank McCourt, premio Pulitzer ed è sceneggiato dall’eclettico Alan Parker (il quale passa da film come “Fuga di mezzanotte”, “Angel Heart”, ad una produzione cinematografica che ha per argomento la musica come “The Commitments”, “Saranno famosi”, “Evita”, “Pink Floyd The Wall”).

Il titolo “Le ceneri di Angela” si riferisce alla conclusione dell’autobiografia d’infanzia e adolescenza irlandesi dello scrittore: la madre del protagonista, Angela, muore e le sue ceneri debbono tornare alla sua terra.

“Le ceneri di Angela” è anche il titolo d’una storia editoriale del tutto straordinaria. Dopo aver insegnato letteratura inglese in una scuola americana per quarantacinque anni, Frank McCourt scrisse il libro a sessantasette anni. Grande successo, best seller pubblicato in venticinque lingue, venduto in sei milioni di copie in trenta Paesi, premiato con il Pulitzer.

Il libro e dunque il film raccontano i i primi quindici anni di vita dell’irlandese Frank McCourt tra le mille disgrazie di una famiglia condotta nella più nera povertà da un padre alcolizzato e sognatore e da una madre che assiste a raffica alla morte di molti figli negli anni ‘30.

Si parte con una citazione letterale dal libro “Quando ripenso alla mia infanzia mi chiedo come ho fatto a sopravvivere. Era, naturalmente, un’infanzia infelice: le infanzie felici non val la pena di raccontarle. Peggio delle solite infanzie infelici ci sono le infanzie infelici irlandesi. E ancora peggio le infanzie infelici irlandesi e cattoliche”.

Partita da Brooklyn nel 1935 dopo la morte di una neonata, la famiglia McCourt (padre, madre e quattro maschietti) si vede costretta dalla miseria a tornare dalla nonna materna a Limerick, la città più devota e più piovosa dell’Irlanda cattolica.

Ma qui le cose vanno anche peggio: muoiono per carenza di cibo e di carbone altri due fratellini, il babbo è sempre disoccupato e si beve ogni penny che passa da casa, poi scompare, la madre è costretta ad andare a letto con un fetido parente per avere in cambio un alloggio… Senza pathos, senza sadismo, con asciutto realismo e durezza, il regista allinea le sciagure di Limerick.

Pur essendo una vasta epopea di dolore e sfortuna, il film non provoca tristezza nè avvilimento, anzi affascina per la vitalità, la resistenza, la speranza del bambino protagonista, per la constatazione di quanto possa essere grande la sua forza di sopportazione e di come arrivi a vincere un destino di sventura.

Per quello che riguarda gli attori, se sono centrati i piccoli protagonisti come ad esempio il bravissimo Joe Breen dallo sguardo scorbutico e dall’espressione ostinata di chi vuole comunque vivere, i due genitori sembrano un pò fuori ruolo: la Watson più contenuta del solito e forse troppo moderna ed elegante e Robert Carlyle, che non convince neanche per un minuto nel ruolo di perdente ubriacone.

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