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L’armata Brancaleone

ottobre 3rd, 2009 by Blanche in Mario Monicelli, Regista

L'armata Brancaleonedi Mario Monicelli

anno di produzione: 1966

La colonna sonora che diventa un tormentone popolare, il titolo che entra nel linguaggio comune fino a essere riportato da diversi dizionari della lingua italiana, sono solo alcuni esempi del successo popolare che ottene il film a suo tempo e dell’influenza culturale che questo ha ancora oggi.

Per rompere lo scetticismo del produttore Mario Cecchi Gori, il regista Mario Monicelli accettò di prendere parte alla produzione e di rinunciare al compenso in cambio di una compartecipazione sugli incassi.

Il successo fu enorme e Monicelli ne ricavò, per sua stessa ammissione, guadagni assai ingenti, tanto che in seguito nessun produttore accettò più di condividere con lui gli incassi dei film da lui girati!

Il produttore aveva qualche dubbio sulla comprensibilità dei dialoghi, che fu in realtà poi considerato come un vero colpo di genio: l’invenzione di quell’idioma immaginario, a cavallo tra il latino maccheronico, la lingua volgare medievale e l’espressione dialettale, che caratterizzerà tutti i personaggi.

Allontanandosi della consueta immagine romanitica del Medioevo italico, Monicelli con la collaborazione di Agenore Incrocci e Furio Scarpelli, binomio artistico meglio conosciuto come Age e Scarpelli, rappresenta un Medioevo plausibile e realistico, fortemente manicheo, perennemente diviso tra fede e peccato, spirito e carne, eros e morte, che rivisita pesantemente il mito delle gesta cavalleresche.

Senza ritornare in dettaglio sulla trama del film ormai famosa, si può notare comunque che si ritrovano i temi cari al regista, quali la rappresentazione comica dei perdenti e delle loro vicende personali, la loro voglia di riscatto, l’ineluttabilità del loro fallimento e della morte, e ovviamente quello dell’amicizia virile.

In un’intervista, Monicelli affermò: “L’armata Brancaleone nacque da due cose : da tre paginette che Scarpelli buttò giù, un dialogo tra due contadini medioevali che parlavano di donne, e da un film fallito, Donne e soldati (1955) di Luigi Malerba e Antonio Marchi, di cui vidi soltanto 150 metri che mi colpirono molto.

L’ispirazione venne così: facciamo un film su un medioevo cialtrone, fatto di poveri, di ignoranti, di ferocia, di miseria, di fango, di freddo; insomma tutto l’opposto di quello che ci insegnano a scuola, “Le Roman de la Rose”, Re e Artù e altre leziosità.”

Ma il regista non spiega totalmente la genesi completa dell’opera che fa riferimento a degli elementi ben definiti come ad esempio La sfida del Samurai di Akira Kurosawa del 1961, oppure anche ad un solido bacino letterario che va da Cervantes all’Italo Calvino de Il cavaliere inesistente.

Il film esprime perfettamente l’opinione di Monicelli, convinto sostenitore del primato del cinema muto nei confronti del sonoro: la lingua volgare del film, completamente inventata, avrebbe dovuto ricoprire un ruolo totalmente accessorio a dimostrazione del fatto che, in un film, sono le immagini, la loro sequenza cinematografica e non i dialoghi parlati, a svolgere la vera funzione narrativa.

Riferendosi al personaggio di Brancaleone, Vittorio Gassman ebbe a dire: «… c’era la bellissima invenzione di quel linguaggio e di quel personaggio, una specie di samurai che ormai tutti conoscono e che è stato credo il personaggio che mi ha dato più popolarità». Il film fu presentato in concorso al 19° Festival di Cannes ed ebbe seguito ideale nelle avventure di Brancaleone alle crociate nel 1970.

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